Storie del Navigante del Laguna

LA BARCA

  • 21 marzo 2016

La mia formazione velica giovanile si è consumata sui Dinghy della Cini, sui Beccaccino, FJ e qualche velipano del Cral del Magistrato alle Acque, ma una barca che ha lasciato il segno e sulla quale ho avuto l’onore di navigare come mozzo, fu il Blue Marlin di Colussi, quello dei biscotti, accompagnato dal compagno di equipaggio e della Compagnia della Vela di mio Padre “zio” Aldo D’Este.

Si trattava di un 12 metri stazza internazionale del 1937, di Camper & Nicholson, la più bella barca che avessi mai visto, mi ricorderò sempre l’emozione che provai nel salire a bordo, 21 metri di legno e ottone, perfetto.  La notte prima non dormii, ero agitato e preoccupatissimo di non essere all’altezza, così alla vista di quella barca lunghissima, che aveva gli slanci di una freccia e un bordo libero bassissimo, mi sentii piccolo, piccolo,

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in netto contrasto con l’enorme albero e il boma infinito, temevo di  far fare brutta figura ai miei maestri, Aldo e Papà, perché quella non era certamente un Dinghy e poi c’erano  i winch. Fu invece una crociera e un’esperienza stupenda e il mio amore per le barche in legno e le forme classiche da allora è imprescindibile.

In realtà all’epoca consideravo poco la Vela al Terzo, mi piaceva uscire in barca, ma era un po’ come il pesce, a casa si mangiava spesso e non lo apprezzavo come lo apprezzo oggi in età adulta, così in contrapposizione per le automobili e gli alberi; a Venezia non ce n’erano e consideravo fortunati i bambini di Mestre. Così avere una barca con la riva in casa era un fatto acquisito e di conseguenza non ricordo  lezioni di voga o vela al terzo, come per la vela  in generale, le ho assimilate per osmosi fin da piccolissimo.

Spesso mi affidavano il timone, si sedevano a pagliolo per darmi  indicazioni: orza, poggia, passa sottovento, che le sanpierote scarrocciano tanto, va sora seca che ghe xe manco corente e quelle  esperienze mi si sono tatuate indelebilmente nell’anima, le loro voci mi accompagnano mi consigliano e riaffiorando ogni volta che navigo.

La conferma di tale indifferenza stava nel fatto che questa sanpierota, non aveva un nome, la chiamavamo barca, si barca e basta, ebbe un nome provvisorio molti anni più tardi, verso la metà degli anni settanta, quando ad una delle prime veleggiate che vennero organizzate da Diporto Velico e Compagnia della Vela, con l’intento di ridare impulso alla vela al terzo che si era quasi estinta, chiesero il nome  della barca per l’iscrizione e il papà scrisse sul modulo San Piero; ma in casa rimase barca e per me era sufficiente, solo adesso lo trovo stano, un po’ come chiamare gatto un gatto, ma allora per me era naturale.

Era una Schiavon da mt 6,85 dei primi anni sessanta, con una linea bellissima, che non ho più rivisto in nessun’altra, nemmeno dello stesso Schiavon e in particolare me la ricordo un redentore, il papà l’addobbò coi baloni, le cineserie, le polachete coi cuscini e le frasche sul tendalino e mi piacque moltissimo, così illuminata, ma in linea di massima la sua esistenza era per me scontata.

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Fino allora i miei compiti erano seccarla e lavarla con  scovolo e sessola, tornavo da scuola la controllavo dalla finestra e scendevo subito dopo aver pranzato, per eseguire le mie mansioni che l’inverno, con l’acqua ghiacciata, non sempre facevo volentieri.

Crescendo, però, iniziai ad apprezzarla in maniera sempre maggiore e cercai di capirne meglio le dinamiche e il funzionamento, presi così la decisione si andare a Sant’Elena a vedere i favolosi Topi Ciosoti dei Topanti del Diporto, che ammiravo spesso in laguna nelle uscite domenicali. Mi avvicinai circospetto e c’era un signore, a me sembrava anzianotto ma in realtà avrà avuto meno di quarant’anni, armeggiava a bordo di un grande Batelo a Pizzo e sembrava non interessarsi al resto, se non a incartare chiodi zincati in carta di giornale. Rimasi un po’ a guardare, sperando mi notasse, volevo parlare di barche, ne parlavo anche a casa con mio padre, ma ero mosso più che altro dalla curiosità, ma lui niente, continuava a trafficare con le sue cose, poi improvvisamente alzò la testa, mi chiese chi fossi e senza lasciarmi parlare, mi invitò ad andarmene. Si trattava di gente un po’ rustega e quella mia esperienza mi mise in condizione di non frequentarli mai, anche in età adulta quando nacque l’Associazione Vela al terzo nei primi anni ottanta,  li evitai, navigando comunque la laguna in lungo e in largo con la morosa (ora moglie) e per di più senza motore che acquistai solo nei primi anni novanta per affrontare il moto ondoso.

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Sconsolato lasciai la darsena con molta frustrazione e un po’ di vergogna per essere stato  cacciato, non so  chi fosse quel tipo, ma non bastò per farmi desistere, perché come detto,  continuavo ad uscire con “barca” come si esce con qualcuno che c’è sempre quando hai bisogno e non ti chiede nulla in cambio. Ad ogni corsa, bonaccia, avventura, secca e buriana la mia indifferenza scemava, e cresceva la consapevolezza che Barca c’era, in particolare me ne accorsi quando arrivò l’età che mi permise di uscire con degli amici. Scesi di buon ora la domenica mattina e la lavai come non mai, la armai con vela e remi  e mi recai a caricare gli altri nel rio dei Mendicanti ai santi Giovanni e Paolo a un remo. Vogavo e mi sembrava scivolasse nell’acqua meglio del solito, tanto che da allora pensai che Barca avesse un’anima. Io a poppa e Giorgio Benvenuti provin la portammo davanti al cimitero e armai in un attimo, tutta tela, ben 10 metri quadrati de Bombaso, con il sole e i colori dello stemma di famiglia dipinti dal papà. L’unico in grado di portare una barca a vela ero io e per me fu un’avventura ancora più entusiasmante, perché mi accorsi che quello che facevo era automatico,  non dovevo pensarlo. Passammo il lato di levante del cimitero con il remo, conoscevo molto bene quell’area di laguna perché era stato il mio campo di addestramento per la vela e la voga, c’era poca acqua, oggi ci sarà almeno un metro di profondità, poi armai il timone e in un attimo arrivammo alle Vignole, sostenuti da una buona brezza di scirocco che, a contrario di oggi, non sempre spirava,   Stranamente i   venti all’epoca erano meno assidui e meno forti rispetto a quelli odierni e non di rado, anche per le dimensioni molto ridotte delle vele,  la bonaccia assoluta ci costringeva a lunghe ed estenuanti vogate.

Nel canale dei Marani, cominciarono a passare alcuni barchini e i “maikol” di turno, che sfrecciavano col “vinti mecury”, ci urlarono “compreve un motor peociosi”,  le ragazze effettivamente non furono così contente del siparietto, invece io, dentro di me sorridevo, sorridevo sul serio, effettivamente non era così “chic”, come può essere oggi, navigare su un vecchio armo da pescatori, però qualcosa scattò, capii allora e in quel momento quanto adoravo quella barca e quanto mi appagava navigare al Terzo, in particolare mi venne in mente che mi piaceva mettere la testa sottoprova, per ascoltare la musica dello sciabordio prodotto da quel legno, come in una cassa armonica di uno strumento musicale e  la sentii  totalmente mia, viva e indispensabile, facendo riaffiorare dall’inconscio tutta la passione per il legno e l’ottone, vissuta anni prima, tramutando la scontatissima Barca nel mio Blue Marlin.

Quella sanpierota di Schiavon ha lasciato per sempre un segno indelebile e indimenticabile nella mia vita, un pezzettino di cuore è rimasto occupato e qualsiasi barca, nave, yacht,  potrà avere uno spazio, come la Siora Marisa, ma senza prenderne il posto, mai.

Alessandro.